LA TONNARA

LA TONNARA DI TORRETTA GRANITOLA 

    
 
Alle origini della tonnara
"La sola pesca che merita di essere detta abbondante, nel Mediterraneo, è quella del tonno, per quanto breve, solo tre o quattro settimane all’anno, e possibile solo in alcune zone privilegiate che oggi tendono sempre più a ridursi, o a scomparire".
 Fernand Braudel, Il Mediterraneo, 1949
La più importante tonnara fissa “di ritorno” della provincia di Trapani ha operato nel mare di Capo Granitola. L’inizio della sua storia ufficiale si può far risalire al tardo Ottocento, epoca in cui il barone Adragna di Trapani, ottenne in concessione, con decreto del Ministero della Marina,  una porzione di mare per calare gli ordigni da pesca e di costa per realizzare il “marfaraggio”, cioè la struttura deputata ad accogliere le relative attrezzature. L’impianto di Granitola mutuò il suo nome da un più antico sito di pesca del tonno esistito sin dall’inizio del XVII secolo in una limitrofa località: si chiamò, dunque, “Tonnara Tre Fontane”. E’ probabile che in loco si effettuasse anche la salagione delle eccedenze di tonno pescato.
Dopo lo sbarco alleato, nel 1944, un altro esponente della “talassocrazia” trapanese, Attilio Amodeo, incrociò le vicende socio-economiche di Capo Granitola. Fu lui a dare all’impianto la dignità di stabilimento industriale vero e proprio, facendo costruire lungo la costa imponenti e razionali strutture deputate ad accogliere operai, custodire barcareccio ed attrezzature da pesca, ospitare la lavorazione e conservazione sott’olio del tonno. La costruzione dei fabbricati durò qualche anno e fu realizzata con la “pietra bianca” di Favignana, un tufo conchigliare considerato il più pregiato sia per la sua compattezza e grana fine sia per quel colore lunare conferitogli da una maggiore concentrazione di calcio.  Qualche anziano ricorda ancora l’andirivieni di schifazzi nel porticciolo di Torretta, dove avveniva il trasbordo su carrelli di ferro che venivano, infine, trainati fino al cantiere. Intorno alla metà degli anni sessanta le cave di Favignana facevano ancora parte dell’indotto economico della tonnara torrettese: ad ogni stagione di pesca l’estrazione di nuovi conci di tufo da utilizzarsi come “chiummu” (piombo) per le reti era commissionata ai “pirriaturi” (cavatori) dell’isola egusea; successivamente, l’evoluzione del trasporto su strada fece emergere la condizione insulare di Favignana come fattore economico-logistico negativo per cui si trovò più conveniente fare arrivare il tufo dalle vicine Pirrere di San Nicola, il cui sfruttamento industriale iniziava proprio in quegli anni.
Il labirinto di cavità a cielo aperto posto a sud della piscina olimpionica dell’attuale tonnara-resort non fu, dunque, la “pirreredda” (piccola cava) dalla quale si ricavò il tufo per costruire gli stabilimenti Amodeo. Se non si trattasse della cava da cui fu estratta la pietra per costruire il “marfaraggio” della tonnara appartenuta al barone Adragna (oramai inesistente) e per farne “chiummu”, allora si potrebbe addirittura  ipotizzare che a Capo Granitola abbia operato, in età greca e/o romana, uno stabilimento per la lavorazione e conservazione del tonno analogo a quelli rinvenuti a San Vito Lo Capo e a Capo Passero. Quelle cavità perfettamente squadrate, in cui i bambini di molte generazioni hanno fantasticato la loro reggia, somigliano tanto ai resti delle vasche (“taricheiai” per i greci, “cetariae” per i romani) in cui, grazie alla funzione antisettica del sale, si realizzava la macerazione del pesce (tonno incluso) al fine di ottenerne una prelibata salsa da condimento (“garon” per i greci, “garum” per i romani) conservata in panciute anfore di terracotta. Più verosimile pare la congettura secondo cui, sempre in età antica, in considerazione del ruolo centrale che la città di Makkarà (Mazzara) ebbe sotto la dominazione araba (827-1060), Capo Granitola, allora detta “Ras el Belat”, abbia ospitato una tonnara retta da una consorteria di pescatori siculo-arabi. Che quella zona fosse congeniale per intercettare i tonni diretti verso l’Atlantico, lo si sapeva già prima che il barone Adragna impiantasse la sua tonnara a Capo Granitola. Lo stesso nome che questi aveva posto alla sua impresa -“Tonnara Tre Fontane”- faceva da eco alla storia di una tonnara, forse “spenta” già allora, che aveva a lungo operato più a est, tra Tre Fontane e Triscina, in una località detta “Mirazza” o “Arvulazzu”[4]. E poi ci sono atti notarili dell’inizio del XVII e dell’inizio del XVIII secolo che testimoniano l’esistenza di tonnare su quel litorale, e, rispettivamente, della tonnara di Torre Polluce (presso Selinunte) e di quella, già citata, di Tre Fontane. E ancora, sul finire del Settecento, il marchese di Villabianca, nel suo manoscritto sulle tonnare di Sicilia, censisce una tonnara -ancor oggi di difficile identificazione- che “lavora ne’ mari della costa delli Gigli”.
   Potrebbe il criptico toponimo “costa delli Gigli” riferirsi al sabbioso lungomare che da Punta Granitola prosegue fino a Marinella di Selinunte, un tratto dunoso in cui fiorisce, tra le barbe di monaco, il bianco e odoroso giglio di San Pancrazio? Certo, siamo già parecchio tempo lontani dalla fase di dominazione araba della Sicilia (827-1060) ma nulla porta ad escludere che prima delle testimonianze notarili vi sia stata una qualche storia di tonnare nella zona di Capo Granitola. Tutte ardite ipotesi che arricchiscono di fascino un luogo che già custodisce tanta e ben più certa storia; ipotesi che però si scontrano con una difficilmente confutabile determinante geografica: l’infausta esposizione della zona di Capo Granitola, facilmente vulnerabile sia da terra (un’immensa pianura stepposa -detta “ feu”, feudo, si estende a nord) che da mare (i lidi sabbiosi a est dell’attuale faro e le calette rocciose a ovest dello stesso si offrivano agevolmente all’approdo di pirati).
   
La denominazione di “Tonnara Tre Fontane” fu conservata anche sotto la proprietà Amodeo, come è testimoniato dalla banda stagnata utilizzata per l’inscatolamento del tonno. Invero, l’impostazione grafica dell’etichetta è alquanto singolare ed eloquente: su uno sfondo rosso (come il sangue del tonno), incorniciati tra due fasce ottonate, si stagliano tre loghi: al centro una vasca liberty con tre sifoni, a sinistra un cerchio in cui è inscritto un faro che getta il suo fascio luminoso su un veliero all’orizzonte; a destra, infine, un altro cerchio in cui si distingue una metafisica struttura costituita da un’arcata semi-diroccata che emerge dal mare e sorregge cinque fumaioli di tonnara. La simbologia è spiegata dalle didascalie che sovrastano ciascuno dei loghi e cioè, nell’ordine: “Tre Fontane”, la “marca depositata”, “Capo Granitola”, il luogo di pesca e lavorazione, Trapani, il distretto produttivo cui afferiva la tonnara, da cui proveniva il suo stesso proprietario e gran parte del personale impiegato.
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Grazie alla sua posizione baricentrica nel bacino del Mediterraneo, la Sicilia intercetta la migrazione gamica extra-oceanica dei tonni in due diversi momenti: l’andata ed il ritorno. Perciò, lungo le coste nord-occidentali e settentrionali, da Capo Lilibeo (Marsala)  a Capo Peloro (Messina), venivano calati gli  impianti “di corsa” (o “di andata”), specializzati nel catturare, tra maggio e giugno, i tonni diretti verso i siti di riproduzione; mentre, lungo le coste ioniche e del canale di Sicilia, da Capo Passero (presso Siracusa) a Capo Granitola (presso Mazara), si calavano, tra luglio e agosto, gli impianti “di  ritorno”, deputati alla cattura dei tonni che, scampati alle trappole “di andata”, avevano raggiunto i “talami nuziali”, obbedito al naturale istinto della riproduzione, e potevano lanciarsi nuovamente verso l’Atlantico.
Nel 1908, il barone Adragna risulta co-proprietario, insieme alla famiglia Serraino, anche della tonnara di san Giuliano, presso Trapani. Negli anni 50 le tonnare di San Cusumano e di Bonagia annoveravano tra i loro proprietari due diversi rami della famiglia Adragna. Lo schifazzo è un’imbarcazione storica trapanese, caratterizzata da una o più grandi vele latine, vari fiocchi, e, quando naviga col vento in poppa, una piccola vela quadra di gabbia volante. Era essenzialmente adibita al piccolo carico e serviva su distanze relativamente brevi.
Il toponimo “Tonnara Mirazza” è ancora oggi esistente ed individua la contrada del lungomare est di Tre Fontane in cui oggi sorge il parco di divertimenti “Acquaslash” ed il resort “Ramuxara”. Quanto al toponimo “Arvulazzu”, esso si riferisce probabilmente ad un grande albero che segnalava il confine orientale del feudo del principe Pignatelli. 
Dagli atti notarili risulta che quest’ultima era in concessione ai religiosi della chiesa della Gran Signora di Tre Fontane da parte del principe di Resuttana e duca di Campobello. Il marchese di Villabianca, nel suo manoscritto “Le tonnare di Sicilia” (scritto sul finire del Settecento), conferma quanto emerge dagli atti, annotando a proposito della tonnara di Tre Fontane: “Tonnara che si ha né mari del littorale della terra Campobello Napoli, vassallaggio dei principi di Resuttano nella Val di Mazzara”. Dagli atti e decreti della Sacra Regale visita di Giovanni Angelo de’ Ciocchis per ordine di Carlo III, avvenuta nel 1742, si deduce un’altra importante informazione sulla tonnara di Tre Fontane: essa pagava una decima di 82 onze al vescovo di Mazara, al quale, per volontà espressa dal re Ruggero nel lontano 1144, spettavano “...in perpetuum decimas omnium portuum et tymnariarum”.
Ad onor del vero, l’identificazione della “tonnara del pedale” con un impianto operante nei pressi di Capo Granitola parrebbe invalidata dal fatto che il marchese consideri la “costa delli Gigli” come  “dipendente dal littorale di San Giuliano”, presso Trapani.
  
 
 
 

 

 

 
 

  
  

 
 

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